Il cane pufoente!
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Come sto mai stato
che sono l’impronta
che qualcuno ha già lasciato
per la smania di essere ricordato
non mi vuoi ti ho svuotato
dando un occhio all’indice
prima di perdermi…
Ora mi vuoi vedere debole
e con la testa tra le nuvole
e anch’io
ma sono così ingenuamente forte
così temibilmente vicino a te
così poco così poco
che qualcosa mi travolgerà
che qualcuno mi crescerà
come un suo prolungamento io mi muoverò
la sua impronta il mio volto modellerà
fino a quando così poco
mi riscoprirò, mi riscoprirò…
E’ starò mai stato
vanitoso di essere
che sembrerò io così improntato
Che tu vorrai vedermi debole
e con la testa tra le nuvole
e anch’io
ma sono così ingenuamente forte
così temibilmente vicino a te
così poco così poco
che qualcosa mi travolgerà
che qualcuno mi crescerà
come un suo prolungamento io mi muoverà
la sua impronta il mio volto modellerà
fino a quando così poco
mi riscoprirò, mi riscoprirò…
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Solo una breve riflessione (10 punti… visto che va di moda ultimamente) sul segnali che ci indicano quando cambiare lavoro (testo tratto da andreaciraolo.it):
1. Insofferenza nell’andare al lavoro.
Se al mattino faticate a sollevare le stanche membra dal letto, non è solo a causa del sonno. Se quando salite in auto, o sul treno, vi viene il magone al pensiero di dover trascorrere otto ore lavorative, forse è ora di pensare che non siete condannati a soffrire. Insomma, come è ovvio, il primo e più evidente indicatore che un certo lavoro non fa per voi è che quel lavoro non vi piace, che lo sopportate a fatica.
Aumentano le ore di assenza, una lieve influenza vi spinge a chiamare il medico per un certificato, ciò che succede al lavoro non vi interessa. Un buon metodo per capire se il malessere è dato proprio dal lavoro, è pensare a quando non siete sul posto di lavoro: come state? Siete felici? E dopo un periodo di assenza, per malattia o ferie, ne sentite la mancanza?
2. Desiderio di cambiare l’attività lavorativa.
Subito dopo l’insofferenza arriva il desiderio di cambiare lavoro. Potete riconoscerlo perché vi ritrovate più volte a sognare ad occhi aperti, ad immaginare la vostra vita futura in un altro contesto lavorativo. Quelli che inizialmente sono semplici sogni, prendono via via consistenza sino a diventare desideri e poi, nei casi più fortunati, progetti. Le occhiate innocenti agli annunci di lavoro si fanno più frequenti.
3. Alto livello di pettegolezzo.
Il pettegolezzo serve a sfogarsi, a volte è visto come l’unico modo di reagire e sentirsi meno impotenti. Per quel che ne so, un certo livello di pettegolezzo nei confronti del proprio datore di lavoro è comprensibile, ma diventa sintomo di un problema quando interferisce sull’attività lavorativa o nel rapporto tra i colleghi. Se sentite un irrefrenabile impulso nei confronti di questo genere di scambio di opinioni, potete iniziare a mettere in dubbio o la vostra integrità morale oppure il lavoro che svolgete.
4. Covare risentimento verso l’organizzazione.
Il pettegolezzo è spesso legato al risentimento. Se sopportate malvolentieri le persone che lavorano al vostro fianco, o quelle che vi coordinano, o i vostri clienti/pazienti/utenti, come possiamo pensare che questo sia il lavoro che fa per voi? Nessuno di noi gradisce trascorrere circa otto ore quotidiane con persone che non stima. In alcuni casi il risentimento si manifesta con aggressività non giustificata, scatti di rabbia che non hanno un reale motivo di esistere, se non il fatto che siete saturi.
5. Disturbi psicosomatici.
Siamo formati da un unico organismo. Corpo… Mente… Alcuni ci mettono anche l’anima… Quel che è certo è che ogni aspetto influisce sugli altri molto più di quello che pensiamo. Se le vostre difese immunitarie ultimamente sono calate ci sono certamente mille motivi, ma considerate anche che forse il lavoro vi sta stressando più di quanto dovrebbe. Per alcuni è lo stomaco, per altri la testa, per altri ancora un esteso senso di fiacchezza: non è che il corpo vi sta dicendo qualcosa?
6. Sentimento di irrilevanza.
Massì, tanto… Vi trovate spesso a pronunciare questa frase? Il fatto è che il lavoro che state svolgendo è molto importante per qualcuno, ma se lo è solo per il vostro datore di lavoro è un problema. O questo mestiere non fa per voi, o voi non fate per lui. Ciò capita spesso a chi lavora per accrescere un profitto altrui: se non si trovano forti motivazioni interne nella propria crescita professionale, l’entusiasmo è destinato a sfiorire.
Peggio ancora se vi sentite inutili oppure se non vi riconoscete negli ideali o nel modo di agire dell’organizzazione di cui fate parte. È l’anticamera del cambiamento. A voi scegliere se ponderato e graduale oppure improvviso e dato dal non ce la faccio più.
7. Lentezza nella performance.
Se avete perso lo smalto di un tempo, oppure se lo smalto non lo avete mai avuto, potrebbe essere che avete abbracciato un principio new age del tipo “vivi con lentezza”, con somma gioia del datore di lavoro e dei colleghi che dovranno loro malgrado abbracciare il principio del “fai velocemente ciò che non ha fatto il tuo collega new age”. Oppure potrebbe essere che siete meno motivati. Attenzione a questo indicatore.
8. Confusione organizzativa.
Dimenticate gli impegni? Commettete molti errori? Vi sentite confusi e spesso non sapete da che parte cominciare? Sbagliare è umano, e su questo non ci piove, il vostro lavoro sarà seriamente incasinato, e qui ci sto, ma, santo cielo, valutate l’idea che forse cambiando lavoro fareste di meglio. Con cara pace del senso di colpa e una bella iniezione di autostima.
9. Venire meno alla propositività.
Uno degli istinti di base dell’uomo, da quando è sceso dagli alberi (e ora non venite a dirmi che siete di quelli che l’uomo non deriva dalle scimmie), è quello di creare. Creare utensili, creare relazioni, creare case, creare figli, creare idee. Se di fronte ad un problema il vostro istinto di creare una soluzione è sfiorito, se non create proposte, idee, se non introducete novità, probabilmente state lavorando in maniera scialba. Probabilmente il mestiere che state svolgendo non permette al vostro istinto creativo di emergere.
10. Aderenza formale alle regole.
E detto tutto questo, aderite ancora alle regole?! Il motivo è molto semplice, o in quelle regole ci credete, ma lo escludiamo perché questo punto parla di aderenza formale, oppure avete perso la speranza di cambiare le cose. Cercate di mantenere una facciata di adesione, perché tanto non serve a niente… Anche in questo caso, e per l’ennesima volta, non è arrivato il momento di cambiare lavoro?
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Sono stato al concerto di Hevia domenica sera al Busto Folk… decisamente interessante :-)
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etica - da internet
Storicamente il problema “etico” c’è sempre stato per chi ha a che fare con la sicurezza informatica, sopratutto per chi arriva dall’underground… si sente spesso di parlare di “White hat” o di “Black Hat” (i Red Hat sono una cosa diversa..) ed effettivamente il discorso l’ho sempre smarcato abbastanza facilmente “dici X tanto poi fai quello che vuoi, chi ne paga le conseguenze sei tu… ” questo perchè effettivamente non hai visibilità su quello che le tue azioni possono portare alle persone…
Ma se un giorno non tutto cambiasse… e quel giorno potessi vedere candidamente che dal tuo operato può dipendere la vita lavorativa di una persona (più o meno sconosciuta ma che “vedi” , che è tangibile) cambierebbe qualcosa nel tuo pensiero? Ti farebbe riflettere di più su quello che fai?
Per semplificare il discorso, è come se il progettista di armi da fuoco si è mai domandato “Ma qualcuno perderà la vita per quest’arma che io sto progettando”? come si è rispoto? a parte “si” vista la banalità della domanda…
Di certo per mettersi l’anima in pace potrebbe aggiungere”non sono responsabile dell’incompetenza o dell’abuso che ne faranno terzi” o anche “per 1 che ne muore magari 100 se ne salvano facendone un uso <<legittimo>>”… ma non rimane comunque il pensiero quei 100 giustificheranno quel singolo?
Ma se non avessi mai progettato quell’arma da fuoco oltre a non morire quel singolo non è che i rimanenti 100 non sarebbero mai stati in pericolo?
Ok l’esempio non è calzante con il mondo dell’informatica ma era per semplificare.. ma tanto la conclusione è la medesima… boh!
ok adesso partite pure con il dire “tanto se non lo faccio io lo farà qualcun’altro…” oppure “basta che mi paghino bla bla bla”.
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